Capitolo 28
Capitolo 28
La porta non diede alcun segno di cedimento. L’ariete colpì ancora. E ancora. Il rumore era sempre lo stesso. Sordo. Vuoto. Ogni impatto faceva vibrare il gatto, il terreno, le ossa. Ma il portone restava lì. Integro. Immobile. Come se stesse assorbendo ogni colpo, accumulandolo. Le balliste del venticinquesimo continuavano. Non insieme. A intermittenza. Una sparava. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Mai un vero silenzio. I dardi si conficcavano negli scudi già segnati, nel terreno, nelle travi del gatto. Il legno gemeva. Il metallo scricchiolava. Ogni colpo faceva sobbalzare chi era sotto la copertura. «Spingere!» urlò Robert, ma la voce era più roca, più sottile. Le braccia iniziavano a tremare. Le mani non stringevano più come prima. Il sudore colava negli occhi e nessuno poteva asciugarselo. Dietro, a metà colonna, l’esercito era fermo. Immerso in un’attesa che faceva male. Qualcuno stringeva l’arma fino a sentire i muscoli irrigidirsi. Qualcun altro respirava troppo i
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